giovedì 5 giugno 2014

IL CASO DELLA NATIVITA' ATTRIBUITA A BERNARDO STROZZI, CONSERVATA IN ARCEVIA, NELLA PARROCCHIALE DI S. MEDARDO


In occasione della pubblicazione, nel 2009° a cura dello scrivente, del volume “Sito ed origine di Roccacontrada” (oggi Arcevia), opera storica manoscritta del 1636  di mons. Lelio Tasti, avevo rintracciato tra le carte inesplorate di questa illustre famiglia arceviese alcuni importanti documenti che attribuivano al famoso pittore genovese Bernardo Strozzi il quadro della “Natività” conservato nella locale parrocchiale di S. Medardo, ed appartenuto a mons. Lelio. 
Le carte della famiglia Tasti sono conservate nell’archivio storico arceviese. Tra queste vi è un fascicoletto intitolato “ Memorie diverse” dove sono raccolti alcuni fogli sciolti di varia datazione.
Tra i documenti più antichi troviamo, risalente alla metà del XVII sec., una “fede della stima de’ mobili fatta da più persone” come scritto nel retro del foglio. Cioè una valutazione, fatta da un pittore e scritta da un Tasti (forse Emilio di Alfonso), di quadri ed oggetti d’arte di valore, esistenti in questo avito palazzo arceviese.  Questo documento è di particolare importanza perché tra i quadri indicati genericamente ne menziona uno, già allora valutato 100 scudi, di cui fornisce notizie dettagliate:
 “ Una Natività nella prima stanza delle Case nuove la quale dico haver  inteso dire 40 anni sono fusse donata da un Cappuccino Pittore al Sig. Abbate Lelio Tasti, sc. 100”.
L’indicazione, così precisa, che il quadro fu donato 40 anni prima da un pittore frate cappuccino all’abate Lelio ci consente di riferire il documento agli anni 1654-1658 e ritenerlo redatto da Emilio o da suo fratello l’abate Silvio, figli di Alfonso, fratello di mons. Lelio. Questi infatti  fu  chiamato a Genova dall’arcivescovo di quella città, cardinale Spinola, come suo vicario generale, dal 1614 alla fine del 1618. In quegli anni per il delicato ed importante ruolo che svolgeva ebbe modo di conoscere il  pittore Bernardo Strozzi, frate cappuccino. A Bernardo, infatti, dopo la morte del padre, nel 1608,  fu concesso di abbandonare temporaneamente l’ordine,  rimanendo però sacerdote, per mantenere la sua famiglia con l’attività di pittore. E certamente l’abate Tasti negli anni della sua permanenza a Genova  intervenne in suo favore o comunque gli fornì una qualche forma di protezione o di aiuto, se lo Strozzi si sentì in dovere di donargli una Natività.
Nelle menzionate “memorie diverse” della famiglia Tasti troviamo un altro documento, datato  26 gennaio 1772, attinente alla nostra “Natività”. ‘E una copia di una dichiarazione rilasciata da alcuni notabili arceviesi, primo firmatario dei quali è il sig. Nicola Fossi, nella quale si riconosce alla nobile famiglia Tasti di Rocca Contrada di possedere un’abitazione signorile ben arredata con mobili e quadri. E fra questi si segnala in particolare un Presepe “ di pennello eccellente del rinomato Gabbuccini”. Un pittore questo mai esistito, mentre nota era la famiglia dei Gabuccini di Fano. Con il passare del tempo, dopo oltre 100 anni, dimenticato il documento originario secentesco, nel linguaggio familiare dei Tasti la Natività del “Cappuccino Pittore” è divenuta il Presepe del Gabbuccino o Gabbuccini pittore rinomato. Il quadro conservò tale attribuzione probabilmente anche quando pervenne alla collegiata di S. Medardo entro la prima metà del 1800, dove tuttora è conservato. Nella seconda metà del XX° sec.,  fu ritenuto essere una copia dell’Adorazione dei Pastori di B. Strozzi, conservata nel Walters Art Museum di Baltimora.
La Natività  arceviese (olio su tela, misura:  98 x 139 cm., eseguita negli anni 1616-1618), è stata restaurata nel  2013, a cura del parroco don Sergio Zandri.  Ha recuperato la sua originaria bellezza, ma ha rivelato, con piccole differenze, una qualità cromatica inferiore all’originale del Walters Art Gallery.
La Natività arceviese, dai documenti esposti, risulta donata a mons Lelio Tasti, mentre risiedeva a Genova, da un frate cappuccino. Questo frate andrebbe identificato con lo stesso Bernardo Strozzi.  Ma evidentemente lo Strozzi che stava lavorando alla Adorazione dei pastori, oggi a Baltimora, per un nobile committente, fece fare, forse con una sua qualche partecipazione, una copia di questo quadro ad un suo aiutante di bottega per  donarla a mons. Tasti .



L’Adorazione dei pastori della Walters Art Gallery (olio su tela , misura:  97,8 x 139,4 cm. , eseguita negli anni 1616-1618) fu venduta a H. Walters  nel 1902 da don Marcello Massarenti (†1905); era precedentemente registrata nel catalogo della collezione del palazzo Accoramboni di Roma (Van Esbroeck 1897 n. 480) come opera del Murillo. 

CONFRONTI TRA LE DUE OPERE:












































martedì 22 aprile 2014

LE OPERE ROBBIANE ARCEVIESI (Ancona, Marche) prezioso tesoro da conservare contro le ingiurie del tempo





Dal 19 aprile al 28 settembre 2014 Arcevia mette in mostra i suoi gioielli robbiani unici nel panorama artistico marchigiano dei lavori in terracotta invetriata. Una mostra da non perdere, inserita in un itinerario alla riscoperta delle maioliche robbiane disperse in varie località della regione.



Il nucleo più consistente è quello arceviese che può vantare l’unica opera presente nelle Marche di Giovanni della Robbia, peraltro in collaborazione con il padre Andrea nelle figure principali. Un bellissimo dossale d’altare eseguito per l’eremo di S. Girolamo del Sasso Rosso non più esistente. 



Per questo romitaggio, ed in questa località, suo fratello fra Mattia, domenicano, eseguì altri lavori  conservati e visibili in Arcevia. La sua presenza è qui documentata e sarà meglio precisata in un mio studio di prossima pubblicazione. 


                            

In questo nucleo di opere, da ammirare le due preziose statue robbiane di S. Caterina d’Alessandria e di Maria Maddalena da me scoperte alcuni anni fa e pubblicate, oggi riconosciute tali da tutti gli studiosi. 

Di particolare interesse nell’economia di questa mostra  l’inserimento delle terrecotte di produzione locale, arceviese ed in particolare il riconoscimento seppur tardivo dell’attività di plasticatore al valente pittore Ercole Ramazzani ed alla sua bottega. 




A questa viene finalmente assegnato in S. Medardo il presepe in terracotta dipinta, che aveva nella parete retrostante affrescati due personaggi da Giampaolo Ramazzani, recentemente andati distrutti. 




Ancora in mostra, nella chiesa parrocchiale di  Avacelli di Arcevia, il bel dossale d’altare ed il crocifisso entrambi in terracotta dipinta. Opere che tuttora vengono assegnate genericamente ad “una bottega marchigiana influenzata dai Della Robbia”. Peccato che, in particolare per il dossale, si voglia ancora mantenere attribuzioni vaghe o impossibili come quella riferita all’Agabiti, dura a morire, e non tener conto dei documenti pubblicati dal sottoscritto e dei suoi studi. Studi peraltro riconosciuti  validi nel tempo, come per esempio le due statue robbiane o la stessa attività di plasticatore del  Ramazzani o l’attribuzione al Sassoferrato della pala d’altare nella cappella già Zitelli di S. Medardo. 

 Per dimostrare che il dossale di Avacelli è opera di Ercole Ramazzani e bottega voglio solo presentare alcune foto da cui si evince chiaramente la stretta analogia rappresentativa e stilistica tra la figura della Madonna del Rosario di Avacelli e quella raffigurata  in quadri firmati da Ercole. 




E’ solo un esempio, ma significativo, tra quelli da me analizzati che saranno inseriti in una prossima pubblicazione sui Della Robbia e Ramazzani. 
Spero che fra qualche anno anche questo dossale e gli altri consimili, assegnati alla stessa bottega, vengano riconosciuti come opera del Ramazzani!

a

Gherardo Cibo between art and science



martedì 15 aprile 2014

GHERARDO CIBO (1512†1600) di Roccacontrada oggi Arcevia (Ancona,Marche)

               


Gherardo è un personaggio di gran rilievo artistico e di sicuro interesse scientifico, ancora oggi poco noto al grande pubblico anche dopo la pubblicazione del libro “Gherardo Cibo, dilettante di botanica e pittore di paesi” (2013), egregiamente curato dalla prof.ssa Lucia Tomasi Tongiorgi e dallo studioso editore dott. Giorgio Mangani. Pubblicazione questa pregevole anche nella presentazione delle splendide immagini delle opere cibiane, nell’aggiornamento del suo catalogo di disegni e nella riattribuzione della sua produzione trattatistica assegnata indebitamente ad altri autori. Un personaggio, il Cibo, ancora da scoprire completamente, trascurato dagli studiosi “istituzionali”, ma ben conosciuto a livello internazionale per essere le sue opere nei maggiori musei del mondo. Da poco valorizzato dalle istituzioni pubbliche locali e regionali, merita attenzione con una grande e documentata mostra di sue opere. Da parte del suo paese, Arcevia, in cui ha trascorso quasi tutta la sua operosa vita, che va attentamente ricostruita, merita un ricordo perenne:  almeno una mostra permanente di documenti e di sue opere, legate al territorio comunale ed agli attinenti personaggi locali, riprodotte fotograficamente.  
                                         

Dai documenti pubblicati in questo volume emergono inoltre stretti rapporti operativi con il pittore arceviese Ercole Ramazzani, da qualche tempo abbastanza trascurato, ma per la sua versatilità anche come plasticatore, e con i nuovi legami con Cibo, va certamente riconsiderato ed approfondito. Del resto già avevo segnalato nelle mie pubblicazioni, cosa che non era stata fatta a suo tempo, la necessità di dedicare attenzione alla bottega dello stesso Ramazzani ed ai suoi rapporti, anche di influenza artistica, con il Cibo.     




Gherardo, personalità poliedrica, fu pittore e disegnatore già assai apprezzato ai suoi tempi, studioso di botanica e attento ricercatore di  piante, in particolare di “semplici” o erbe medicinali; ma anche sperimentatore di nuove tecniche pittoriche e autore di un trattato sulla miniatura e di altri scritti sui colori e sulla tecnica dell’acquarello.  I  suoi  interessi spaziavano dalla mineralogia  alla musica ed alla storia, anche locale, dalla bibliofilia al collezionismo raffinato. Pronipote di Innocenzo VIII (1484-1492), per linea paterna, e parente della potente famiglia dei Della Rovere per parte materna,  il Cibo intrattenne relazioni di amicizia con influenti personaggi del suo tempo. Egli è considerato il maggior paesaggista marchigiano.                 


Il Cibo, come sottolinea la Tongiorgi è un notevole artista cinquecentesco, disegnatore fecondissimo,  anticipatore di fortunate tematiche pittoriche più tarde, quali il vedutismo, il rovinismo, la raffigurazione degli eremiti. Si pone come l’espressione di una nuova percezione visiva dell’immagine botanica ma anche di una nuova concezione del paesaggio come storia e scienza , che si diffonderà a Roma nei primi decenni del Seicento e costituirà una tappa fondamentale nella storia della pittura in Italia. 

                           
                            
                                         
           

sabato 28 settembre 2013


LUCA SIGNORELLI

(1450 ca.Cortona - 1523)

                                                         in      ARCEVIA



                                                   Polittico di S. Medardo (part.)

 

 Pittore eccellente (…) nei suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opera sua in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato giammai” (Giorgio Vasari)

 

                                                   Vergine del latte (part.)


                                         Arcevia già Roccacontrada


Il Signorelli giunse in Arcevia, già Roccacontrada,  probabilmente nel mese di giugno 1507, anche se la sua venuta potrebbe essere anticipata al mese di maggio. Infatti al 10 aprile  risale l’ultima notizia documentata dell’artista, prima della sua partenza per Rocca Contrada: la sua presenza al contratto di donazione di alcuni beni, tra cui due quadri, da lui fatta a favore della figlia Gabriella, a Cortona (Arch. Stato di Firenze, Rog. L. 51, f. i 265, 271).

Il 20 febbraio dell’anno risultava presente alla seduta del Consiglio comunale della sua città, di cui era membro, mentre era già  assente in quella del 23 giugno quando fu estratto come Priore per i mesi di luglio ed agosto, “a motivo della lontananza dal comune”. 

Il Signorelli fu chiamato in Arcevia per dipingere l’imponente polittico di S. Medardo destinato all’altare maggiore della omonima chiesa, per interessamento (o forse proprio per commissione) del vescovo di Senigallia, Marco Vigerio Della Rovere, francescano, creato cardinale col titolo di S. Maria in Trastevere da Giulio II il 1 dicembre 1505. (…)


I documenti noti però non ci dicono quando il polittico fu iniziato, né tanto meno quando fu compiuto. I tre atti arceviesi, che si trascrivono integralmente di seguito, si riferiscono alla commissione ed al pagamento finale del Battesimo di Gesù ed alla promessa di m.° Piertidaldo, non mantenuta, di far dipingere una croce gratis al Signorelli. Non è stato inoltre trovato alcun documento riguardante la tavola di S. Francesco con la Madonna, Bambino e Santi. (…)

Queste minute di atti riguardanti alcune commissioni di opere arceviesi del Signorelli, rogati da Alfonso Venerio, Venerii o Veneri furono rintracciate da Anselmo Anselmi e pubblicate nella rivista Archivio Storico dell’Arte. Dopo la morte dell’Anselmi questi documenti non furono più trovati tra i registri del notaio Veneri, trasferiti col notarile arceviese nell’Archivio di Stato di Ancona. (…) Cogliendo l’occasione del riordino sistematico e della nuova catalogazione dell’archivio arceviese ho rinvenuto, qui, questi importantissimi documenti. (…)

Le elevate qualità del polittico furono riconosciute dal Crowe e dal Cavalcaselle, ma negate da tutta la critica successiva sino al Fontana “forse perché il Signorelli dovette adattarsi al formato della cornice preesistente oppure per l’inaccessibile ubicazione dell’opera”. Lo stesso Adolfo Venturi, amico dell’Anselmi venuto in Arcevia  a visionare i due dipinti, non ne parla nella sua monumentale Storia dell’arte italiana, Milano, 1913, limitandosi a dire a p. 301 del vol. VII, “Arcevia sopra Sassoferrato lo volle (il Signorelli) pittore dell’ancona per la chiesa di San Medardo”. Nella nota a p.406, poi, li riporta tra le opere del pittore non menzionate nel testo: “Arcevia, chiesa di S. Medardo, polittico (bottega); idem, Battesimo, 1507, (bottega)”.  Il Venturi oltre ad errare la data del Battesimo, li giudica addirittura opere di bottega! (…)

Comunque come  ricorda il Mancini ( G., Mancini, La vita di Luca  Signorelli,  p.152)  il pittore era solito nella stagione invernale sospendere il lavoro e tornare in patria per riprenderlo in primavera.  Tenuto conto delle condizioni delle strade poco praticabili e del clima rigido di Arcevia, già dal mese di novembre, si può ritenere che il pittore si sia allontanato in questo periodo. Il Signorelli prima di lasciare Arcevia doveva però già aver acquisito le nuove commissioni da portare a termine l’anno seguente.

Nella primavera del 1508, probabilmente nel mese di marzo, Luca Signorelli  tornò in Arcevia  per portare a termine le commissioni già acquisite o promesse nel 1507: le pale d’altare per la chiesa di S. Francesco e di S. Gianne. (…)

 

(da Studi Arceviesi 5, P.Santini, Luca Signorelli a Roccacontrada nel 500° anniversario della ricorrenza (1507-1508). Documenti e considerazioni, pp. 13 e segg)


 

 

1507   dipinge per la chiesa di S. Medardo di Arcevia il polittico con la Madonna, Bambino, Dio Padre e Santi 

1508, dipinge per la cappella dei Filippini nella chiesa di S. Francesco, a spese di Giacomo di Simone, la tavola con la  Vergine e Santi, oggi alla Pinacoteca di Brera, firmata e datata 1508 .

1508, 8 giugno, si obbliga a dipingere  per la Fraternità del Crocifisso della chiesa di S. Gianne  il Battesimo di Cristo, oggi in S. Medardo, e il 24 giugno rilascia quietanza finale per il pagamento ricevuto.

1508, 24 giugno, si obbliga con i sindaci di S. Medardo a dipingere gratis una croce come aveva promesso agli stessi quando aveva dipinto per la chiesa di S. Medardo il polittico. Maestro Pertedaldo di Giorgio arceviese dovrà verificare che l’opera sia “ bonam et cum omni decore et ornamento”.

Questa croce però non fu mai dipinta dal Signorelli, perché il pittore lasciò definitivamente Arcevia il 26 giugno 1508. In questo giorno infatti il Signorelli  era a Jesi per ricevere la commissione  di una Deposizione di Cristo da parte della Confraternita del Buon Gesù per la chiesa di S. Floriano. Il pittore si impegnava  a lavorarci per tutto il mese di ottobre. Il prezzo dell’opera veniva stabilito in 100 ducati d’oro oltre vitto ed alloggio per lui ed i suoi collaboratori.

Il Signorelli intendeva però ritornare nelle Marche per dipingere il quadro di Jesi e la croce promessa ai sindaci di S. Medardo. Partì quindi per Cortona dove  assunse l’ufficio di priore per i mesi di luglio e agosto. I gravosi impegni  dei mesi successivi impedirono però al pittore di onorare i suoi obblighi. La Confraternita del Buon Gesù affidò successivamente, nel 1512, a Lorenzo Lotto l’incarico di dipingere la Deposizione di  Cristo.  La croce di S. Medardo non fu mai dipinta. (Studi arceviesi 5, cit.)

 

Il Signorelli dovrebbe aver dipinto per incarico del Comune anche un quadro con S. Medardo di cui però non c’è traccia documentaria diretta, ma menzione in atti più tardi. Nelle Congregazioni della fabbrica di S. Medardo del 3, 13, 30 dicembre 1648 il Comune, intenzionato a far terminare il quadro incompiuto dal Ridolfi per la propria cappella di S. Medardo, da porre sull’altare eseguito da Scaglia e Giglioni, soprassedette  decidendo  di collocare qui “il quadro Vecchio che è di mano del q. Luca Signorelli da Cortona”. Ancora nel 1651 però non era stato collocato il quadro del Signorelli sull’altare di S. Medardo, perché nella Congregazione del 6 settembre, su pressioni del card. Facchinetti che voleva far dipingere il quadro del Santo ad un suo pittore “amorevole”,  veniva detto: “si dia conto a detto Ecc.mo che già fu risoluto di mettere nella nostra Cappella il quadro antico perché non tenevamo né abbiamo denari”. La Congregazione si rimetteva comunque alle decisioni del vescovo.

Nella cappella rimase, sia pure nascosta nell’ornamento in legno dell’altare, la tela del Ridolfi e non si commissionò alcun nuovo quadro. Ancora però nel 1678 in una riunione del consiglio comunale del 1 maggio si lamentava che “la cona dell’altare di S. Medardo” non era ancora posta alla perfezione. Anche di tale quadro si è persa ogni traccia.

 
                                               Polittico di S. Medardo



POLITTICO DI S. MEDARDO

 
primo ordine: Madonna in trono col Bambino ed i SS. Sebastiano,          

                      Medardo, Andrea, Rocco

secondo ordine: l’Eterno (sotto edicola) ed i SS. Paolo, Giovanni

                       Battista, Pietro, Giacomo

pilastri:           14 mezze figure di Apostoli, Evangelisti, Dottori della 

                       Chiesa, Sante

predella:         Annunciazione, Natività, Adorazione dei magi, Fuga in

                       Egitto, Strage degli innocenti

alle estremità del basamento: stemmi di Rocca contrada e del

vescovo di Senigallia Marco Vigerio I della Rovere

olio su tavola  cm. 330 x 260
 
nel gradino su cui posa i piedi la Vergine: 

                                      LUCAS  SIGNORELLUS  PINGEBAT  MDVII                


È questo il capolavoro pittorico di cui va, a ragione, superba Arcevia: “una delle opere più affascinanti e belle della intensa carriera artistica del Signorelli”. Spetta al Fontana il merito di aver recuperato dal suo ingiusto oblio un’opera così splendida e grandiosa mortificata da una critica prevalentemente negativa sino ad una ventina di anni fa.

          L’opera fu talmente apprezzata, non solo dai committenti, che al cortonese furono affidati altri importanti lavori.



Le scene della predella sono di luminosa bellezza, e quella in particolare della Strage degli innocenti, è stato detto,  può aver influenzato il giovane Raffaello. Al riguardo viene segnalato il parallelo tra il soldato nudo visto di spalle nella Strage e lo sgherro del giudizio di Salomone  di Raffaello nel soffitto della Stanza della Segnatura.

Il polittico, nella sua solenne sacralità e monumentalità, è una rappresentazione che rompendo i limiti imposti dalla cornice si libra verso orizzonti infiniti “per la grande vastità del fondo luminoso e la trasparenza bianca poi azzurra, salendo in alto, del cielo come accadeva col Perugino o meglio col Raffaello di quegli anni”. In questo quadro non c’è involuzione, ma la conferma di un grande artista capace di esprimersi con la medesima intatta forza orvietana, con un rigore impeccabile, dimostrando di “tener conto, sottolinea ancora il Fontana, dell’evolversi della pittura umbro fiorentina di quegli anni, molto attento però alle giovani speranze, quali Michelangelo e Raffaello”. Il Signorelli ha voluto lasciare in Arcevia la sua “ultima e grande impronta, un ricco dono indelebile, un po’ come aveva fatto con Loreto, Monteoliveto e Orvieto”. 

 

                                                   Battesimo del Salvatore
                                                               

 
BATTESIMO DEL SALVATORE

CON DIO PADRE E S. GIOVANNI BATTI
 

pilastro sinistro: S. Rocco, S. Urbano, S. Giovanni Battista e     

                           l’arcangelo Gabriele

pilastro destro:   Santa Apollonia, San Sebastiano, S. Medardo e la

                           Vergine Annunziata

 predella:             Natività del Battista, Predicazione, Rampogna ad

                            Erode, Danza di Salomè, Decollazione del Battista

            olio su tavola: cm. 244 x 160

            cartellino con piegature sotto i piedi del Giovanni Battista :

 Luca Signorelli de Cortona 1508

 


Nei confronti di questo quadro come del più famoso polittico la critica solo di recente ha finalmente riconosciuto e senza mezzi termini alle opere arceviesi del Signorelli la dignità di capolavori: espressione di un artista ancora attentissimo ai nuovi fermenti culturali e partecipe dei loro mutamenti.

Il Signorelli si era impegnato a dipingere le tre figure principali di sua mano, lasciando ai suoi discepoli migliori il compito di eseguire il resto. Anche qui, come per il polittico, abbiamo una cornice già predisposta, intagliata anch’essa probabilmente dal maestro Corrado teutonico  circa l’anno 1490 ed inoltre con le figure dei mezzi santi nei piastrini già eseguite. Il Signorelli invitato dunque a compiere un quadro già iniziato, si obbligò a fare una pittura che sarebbe stata giudicata di particolare bellezza “ quod reputabitur quid nobile et speciosum” e in effetti mantenne la parola.

L’opera fu finita in 19 giorni: commissionata il 5 giugno 1508 fu pagata il 24 successivo. La critica è discorde sull’autore delle pitture laterali.  Per il Berenson, il Salmi ed il Fontana esse vanno attribuite a Francesco di Gentile. Il Berenson poi attribuisce l’Annunciazione, nelle edicole cuspidate, ad Antonio da Fabriano, mentre il Fontana la ritiene ridipinta dagli aiuti del Signorelli.

“La grandezza del Maestro parla dovunque e in primis esplode nella vasta immensa spazialità cinquecentesca, soprattutto in quel respiro infinito del cielo nell’ultimo orizzonte, certo desunto dal Raffaello” e da questa spazialità traggono la loro essenza le tre figure: quella di Dio Padre che  viene a fondersi stupendamente col fastigio dell’ornato in alto mentre ha in mano la grande palla d’oro dell’Universo. E la figura di S. Giovanni Battista avvolta da un grande manto di un colore rosso acceso che si contrappone al nudo superbo del Salvatore. “Nudo trionfale e bellissimo vero perno di tutta la composizione: il suo non è l’ancheggiare peruginesco pieno di grazia nella Cappella Sistina, bensì la ponderazione classica e insieme anticlassica di un nudo vitalissimo tutto solcato da muscoli emergenti e vibranti su cui sembra accendere una nota fresca e veramente signorelliana il bellissimo perizoma variopinto a strisce colorate”
 
L’opera fu commissionata al Signorelli dai sindaci della Fraternità del Crocifisso per l’altare maggiore della loro chiesa di S. Gianne di R. C. il 5 giugno 1508. Il pagamento finale  avvenne il 24 dello stesso mese e fu pagata 28 ducati d’oro, compreso il premio di un ducato per la piena soddisfazione dei committenti. Il Battesimo fu  collocato nel 1890, per interessamento dell’Anselmi, sulla parete  del presbiterio accanto all’altra opera del Signorelli, il Polittico, dove rimase fino a  dopo la seconda guerra mondiale.

 

 
                                                    Vergine del latte
                                                              
 

LA VERGINE DEL LATTE

 

Da Giacomo Simone Filippini,un maggiorente della cittadina, gli venne commissionata la Vergine del latte con quattro santi per la cappella gentilizia della famiglia nella chiesa di S. Francesco. La pala centrale che misura m.2,45 di altezza e m.1,88 di larghezza (…) e richiama , semplificata, la tavola di Volterra del 1491 è fra le cose  più schiette del pittore in questo periodo per l’attenuarsi dei contrasti luminosi e cromatici in una tenue luce diffusa che ammorbidisce il plasticismo delle forme e ne sfuma i contrasti. Nel gradino del trono si legge a lettere dorate:

 

JACOBI SIMONIS DE  PHILIPPINIS AERE

DEO ET DIVAE MARIAE DICATUM

FRATRE BERNARDINO VIGNATO GUARDIANO PROCURANTE

M°D°VIII 

Dietro il capo della Madonna è un cartellino recante il nome del pittore : Lucas Signorelli P.Cortona.

 
 

La cimasa rappresenta l’Incoronazione della Vergine da parte di Gesù con Dio Padre benedicente ed angeli musicanti.

A seguito del rifacimento in stile barocchetto della chiesa di S.Francesco nella prima metà del 1700 furono soppresse varie cappelle e il dipinto del Signorelli fu collocato sull’altare di S. Bonaventura, di giuspatronato della famiglia Filippini, ma dovette essere dimensionato alla nuova decorazione a stucco dell’altare, che consentiva l’inserimento nella cornice della sola tavola centrale. La tavola venne quindi spogliata della cornice originaria, della cimasa, della predella e dei piastrini laterali che vennero restituiti alla famiglia Filippini, legittima proprietaria dell’opera.

            All’incirca verso il 1880 l’antiquario Domenico Corvisieri di Roma acquistò in Arcevia dagli eredi Filippini la cimasa ed i quadretti della predella e forse anche i pilastri laterali.

           La cimasa passò quindi a Stefano Bardini di Firenze e di là emigrò in Inghilterra. Nel 1934 fu esposta ad Amsterdam fra le opere italiane in collezioni olandesi. Ritornò quindi in Inghilterra ed oggi è al Museo di S.Diego. La predella invece è dalla fine del 1800 presso il museo di Altenburg in Germania. Dei piastrini uno è in una collezione privata inglese , l’altro disperso.
 
             La tavola centrale fu requisita in periodo napoleonico per arricchire la pinacoteca imperiale di Milano . Il quadro fu asportato il 20 giugno 1811 ed il commissario Boccalari la reputò di scuola antica come indicato nella ricevuta rilasciata.

Il signor Pier Sante Filippini fece ricorso contro la requisizione del quadro di proprietà della famiglia , ma in data 17 luglio il prefetto del Musone gli notificava che il suo ricorso era stato respinto. La tavola del Signorelli da Arcevia fu inviata a Matelica e di là inoltrata a Macerata , quindi a Milano.

Solo le accurate ricerche dello studioso arceviese Anselmo Anselmi consentirono nel 1891 di rintracciare il quadro, in deposito presso la chiesa parrocchiale di Figino e attribuito alla scuola bolognese, e restituirlo al suo legittimo autore. La cittadinanza arceviese con i suoi amministratori rivolse allora istanza al Ministero di P.I. per riavere quest’opera requisita in epoca napoleonica. Ma con lettera del 15 dicembre 1891 il Ministero respinse la richiesta per non creare precedenti pericolosi. Provvide quindi a che la Pinacoteca di Brera potesse ritirare il quadro che dal 1892 fa qui bella nostra. 

                                                                                                             
 (da Arcevia. Nuovo itinerario nella Storia e nell’Arte di Paolo Santini, ed.2005)