martedì 16 luglio 2013

I DELLA ROBBIA opere e presenze in Arcevia


                                                        Vergine dei miracoli (part.)



 


 


Giovanni ed Andrea (1435-1525)


*Altare della Vergine dei Miracoli, in S. Medardo

 

Giovanni (1469-1529/30,figlio di Andrea)


*Ghirlanda di fiori e frutta

 

fra Mattia (1468-dopo 1532?, Marco figlio

di Andrea, nel 1496 divenuto fra Mattia, domenicano)

*Crocifisso, in S. Medardo

*Paliotto dell’altare della Vergine dei miracoli

*Altare dell’Annunciazione in S. Maria

*Statua di S. Caterina d’Alessandria  in S. Medardo
   
     *Statua di S. Maria Maddalena in S. Medardo
 

 

                                                                                                                                                                                                
                                                          Altare della Vergine dei miracoli
                                                                               in terracotta invetriata
                                                                                     in S. Medardo
                                                                                             di
                                                                      Giovanni ed Andrea della Robbia
                                                                                         (1510-1513)

  

Questo stupendo altare robbiano fu commissionato nel 1510 dal priore dell’eremo di S. Girolamo alla Romita di R.C. a Giovanni di Andrea della Robbia  a Firenze e terminato nel 1513. Fu pagato con il contributo del Comune che vi fece apporre il suo stemma.  

 

Dalla bottega di Giovanni della Robbia furono acquistate anche due statue in terracotta, una di S. Girolamo e l’altra di Maria Maddalena (la prima andata perduta mentre l’altra è esposta nel museo-pinacoteca di S. Medardo) ed un occhio, cioè una ghirlanda robbiana di fiori e frutta, identificabile, come anche proposto dal Gentilini, con quella inserita nel paliotto.

 

Dal libro dei conti di S. Girolamo sappiamo inoltre che nel 1514  dinanzi all’altare fu murata una loggia e l’anno seguente Pier Francesco da Sassoferrato  mise oro alle figure. Ancora nel 1520 fu costruito un tabernacolo in legno per queste figure e nel 1526 fu posta una corona d’argento sul capo della Madonna, dono del popolo arceviese.

 

Questo romitaggio fu abbandonato dagli eremiti dopo la metà del 1500 e poiché minacciava rovina, l’altare per volontà del vescovo di Senigallia Facchinetti fu trasferito nella chiesa dei cappuccini di R.C., presso l’attuale giardino pubblico G. Leopardi, il 7 settembre 1653. In quella occasione si cercò anche di asportare l’altro dossale robbiano in maiolica, collocato nel secondo altare, rappresentante la Madonna con Bambino ed i SS. Domenico e Antonio da Padova. Non sappiamo però se questa opera era già malridotta prima di essere smurata. Comunque sia fu possibile recuperare solo parte delle decorazioni: festoni, candelabre e teste di cherubini. Queste furono utilizzate per comporre nella chiesa dei cappuccini sia il paliotto, antistante e distaccato dal dossale, che due gradinate collegate all’altare, decorate con cornici di terracotta. Al centro del paliotto fu inoltre inserito un medaglione di circa 50 cm., incorniciato da una ghirlanda robbiana di fiori e frutta, raffigurante la Madonna con Bambino attorniata da teste di angeli e serafini (di probabile produzione pesarese). L’altare quando fu trasferito in S. Medardo fu mal ricomposto e collocato entro una decorazione barocca che avviliva la sua classica compostezza rinascimentale, appesantito inoltre da un sottostante paliotto indebitamente aggiuntogli. Ora finalmente restaurato, riacquisita  la sua originaria forma ed esaltato dalla  nuova collocazione e da una accorta illuminazione,  può risplendere in tutta la sua bellezza.

 
 
 
 


        Si può ritenere possibile una partecipazione nell’esecuzione delle figure principali dell’altare della "Madonna dei miracoli", per la loro elevata qualità artistica, del vecchio Andrea della Robbia, padre di Giovanni,  attivo nella bottega di via Guelfa sino a tarda età.

 



 
    S. MARIA MADDALENA
      statua in terracotta invetriata di cm. 90 in altezza
    esecuzione: 1513
        attribuita a  fra Mattia della Robbia
                   da P. Santini e confermata da G. Gentilini                   
    conservata in S Medardo
 

 

 


                                                               Altare dell’Annunciazione
                                                                         in S. Maria
                                                                               di
                                                                  fra Mattia della Robbia
                                                                            (ca. 1522)

  
             Il Gentilini  nella sua monografia sui della Robbia sostiene che “la pala di Montecassiano (documentata ed eseguita da fra Mattia tra il 1527 e il 1531 o 1532) ed in particolare il suo insolito repertorio decorativo (le folte ghirlande appese ad anelli, i larghi motivi a treccia) coi caratteristici cherubini dal volto appuntito e le ali riunite sul petto, ha consentito di attribuire con sicurezza a fra Mattia  della Robbia alcune opere di Arcevia, invetriate secondo la tradizionale cromia robbiana”. A fra Mattia spettano quindi i frammenti (cherubini, festoni, grottesche) del paliotto dell’altare di Giovanni della Robbia in S. Medardo (1513) e la monumentale Annunciazione in S. Maria. La composizione di questo dossale, secondo il Gentilini, dipende da un perduto dipinto di Raffaello del 1510-1511, verosimilmente ripreso da un’incisione di Marco Dente. 
              Ci riserviamo a breve di  far conoscere  chi fu il committente di questo dossale, che nel basamento riporta due stemmi gentilizi senza emblemi evidenti, forse cancellati. Probabilmente fu eseguito dopo il 1522 da fra Mattia presso l’eremo di S. Girolamo, dove agli inizi di quell’anno fu costruito un forno ed alla fine dello stesso anno venne murato l’altare oggi perduto da lui realizzato per quella chiesa. Questo dossale però venne collocato dove oggi si trova solo dopo il 1550, quando la nuova chiesa di S. Maria degli agostiniani venne edificata entro le mura di Rocca Contrada. 

 

 


                                                 Crocifisso
                                                                                di
                                                             fra Mattia della Robbia
                                                                      in S. Medardo
                                                                          (ca. 1520)
 

Proviene dalla chiesa suburbana di Santa Maria delle Grazie, fondata dai domenicani attorno al 1450, da dove fu trasferito, per iniziativa del comune di Arcevia, il 18 luglio 1930.
L’opera di particolare effetto viene comunemente assegnata a fra Mattia della Robbia, domenicano fratello di Giovanni, e secondo il Gentilini compiuta attorno al 1520.
Si può ritenere che fra Mattia abbia eseguito in Arcevia questa ed altre opere, giuntovi al seguito del suo protettore il card. Armellini Medici legato pontificio, venuto in Rocca contrada nella prima metà del 1518 per rendere giustizia all’amico Cesare Zitelli, ucciso da un certo Barasta mentre era gonfaloniere del comune.

 


                                                        S. CATERINA D’ALESSANDRIA
                                              statua in terracotta invetriata di cm. 90 di altezza
                                                                esecuzione: circa 1524
                                                      attribuita a fra Mattia della Robbia
                                                      da P. Santini e confermata da G. Gentilini
 

Tra i  lavori commissionati a fra Mattia andrebbe compresa anche “quella historia di S.ta Catarina fuori della chiesa la quale costò in tutto 6 fiorini” registrata  tra le spese di S. Girolamo nel 1524. Di tale “storia” rimane solo la statua di S. Caterina d’Alessandria rappresentata con la ruota del martirio. Già collocata nel 1653 nella chiesa dei cappuccini con quella di S. Maria Maddalena, ai lati dell’altare di Giovanni della Robbia, fu  trasferita  insieme all’altra in S. Medardo nel 1870. 

 

 

                                                                              Paolo Santini

 

 

Estratto in sintesi dalla pubblicazione: “Arcevia. Nuovo itinerario nella Storia e nell’Arte” ed. 2005) di Paolo Santini. Per ulteriori notizie e documenti anche sulle terrecotte arceviesi e zone limitrofe, non robbiane (attribuite a Ercole Ramazzani e bottega) vedere: Studi Arceviesi 3: “Per Ercole Ramazzani di Rocca Contrada pittore e plasmatore di terrecotte nel 400° anniversario della morte”. Pubblicazioni edite dal Centro Studi Arceviesi .
 

 

 






 

 


                                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 25 maggio 2013

Est!Est!Est! il buon vino di Montefiascone.



Est est est pr(opter) nim(ium) est hic Jo(annes) De Fuk do(minus) meus mortuus est

 



 
 
chiesa di S. Flaviano, pietra tombale del prelato Giovanni De Fuk
 
 
 
 
chiesa dii S. Flaviano, cappella con pietra tombale del De Fuk
 
 
 
 

 
S. Flaviano, chiesa inferiore e superiore
 
 
 


                                                chiesa inferiore di S. Flaviano, interno



 
chiesa di S. Flaviano, Montefiascone, esterno
 
 
Nella suggestiva chiesa di S. Flaviano, particolare costruzione romanica del sec. XII, più volte rimaneggiata, formata da due chiese sovrapposte e dall’orientamento contrapposto, si può ammirare nella prima cappella a destra la pietra tombale del prelato tedesco Giovanni Fugger di Augusta che reca la scritta: “Est est est pr(ropter) nim(ium) est hic Jo(annes) De Fuk do(minus) meus mortuus est”. (Sì,sì,sì è proprio per averne bevuto troppo che Giovanni De Fuk mio padrone è qui morto).   Epitaffio scritto, secondo la leggenda, dal servo del prelato incaricato di precederlo nel viaggio verso Roma per segnalargli con la parola “est” quelle locande dove il vino era buono. A Montefiascone lo ritenne così buono da indicarlo  tre volte “est est est”. Ne bevve però tanto che ne morì. A memoria di tale fatto il vino locale bianco prese quindi il nome Est! Est!Est!

giovedì 23 maggio 2013

Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo

Un borgo suggestivo, carico di storia, ma che sta morendo tra l'indifferenza generale. Sta franando  lentamente ed inesorabilmente quasi simbolo di una Italia, che abbandonata a se stessa,  sostenuta solo da un profluvio di parole vuote, viene lentamente a perdere anche la sua identità culturale e storica.





 
 
 
 
 
 
 
 
 

giovedì 16 maggio 2013

S. Gregorio da Sassola. Il castello Brancaccio









'E un paese posto a circa 420 metri sul livello del mare ed a 34 Km da Roma. Immerso nella rigogliosa vegetazione dei monti Prenestini, merita sicuramente una visita. Non solo per le sue bellezze paesaggistiche, ma soprattutto per il suo castello, che ne rappresenta il monumento principale.



 Sorto attorno alla metà del X ° secolo con funzioni di difesa, fu successivamente adibito a dimora residenziale. Completamente restaurato verso la fine del XIX° sec. dai nuovi proprietari Brancaccio, passò nel 1991 in proprietà del Comune. Il castello può vantare un piano nobile  affrescato dal famoso pittore  Federico Zuccari ed aiuti. Affreschi che risplendono nella loro vivace recuperata cromia originaria e che furono molto probabilmente commissionati dal cardinale Prospero Pubblicola Santacroce (1567-1586) proprietario allora del castello.







 Nel salone al pianterreno sono inoltre da ammirare  le quattro tele eseguite dal pittore neoclassico Andrea Appiani  (1754-1817)  nel 1784.



Nei sotterranei del castello da non perdere  la suggestiva  mostra dei presepi.

 
 


Adiacente al paese la vasta  e ben tenuta villa comunale con laghetto, anatre e pavoni.
Da non tralasciare un visita al borgo secentesco ed  all'acquisto di carni, formaggi, vini ed altri generi alimentari che qui, in un'oasi di pace e di silenzi sospesi fuori dal tempo frenetico delle nostre città,  sembrano avere un gusto diverso, più autentico e genuino.

martedì 7 maggio 2013

Monte Sant'Angelo di Arcevia (Ancona). L'on. Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati, commemora

Arcevia, vista da monte S. Angelo 

AD ARCEVIA (AN), DOMENICA 5 MAGGIO 2013, L'ON LAURA  BOLDRINI, PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI, COMMEMORA IL 69° ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO NAZI FASCISTA  DI MONTE SANT’ANGELO (4 MAGGIO 1943) DOVE FURONO BARBARAMENTE UCCISI “70 TRA PARTIGIANI E CIVILI”.

 L’AREA DI MONTE SANT’ANGELO E’DIVENUTA LUOGO SIMBOLO  DELLA RESISTENZA DELLE MARCHE.

QUANDO LA CRISI SOCIALE PRODUCE DISOCCUPAZIONE  E QUEST’ULTIMA  DIVENTA DISPERAZIONE SI CREANO LE CONDIZIONI PER IL SOSTEGNO POPOLARE AD AVVENTURE AUTORITARIE DI VARIO SEGNO.

IL NEMICO PRINCIPALE DELLA LIBERTA’ E’ LA MANCANZA DI LAVORO.

DISCORSO MEMORABILE  DELLA BOLDRINI EQUILIBRATO, PACIFICATORE E DI CONDANNA DI OGNI RETICENZA SULLE STRAGI COMPIUTE IN ITALIA: PERCHE’ LA VERITA’ E’ ESSENZIALE ALLA DEMOCRAZIA.

HA MENZIONATO PER ARCEVIA , SIA PURE CON UN ACCENNO BREVE, ANCHE “ALTRI EPISODI TRAGICI COME QUELLI CHE SI CONSUMARONO NEL LUGLIO DEL 1944, TRAGICI DELLA BARBARIE CHE LA GUERRA PROVOCA” .
 
IL RIFERIMENTO E’ALLE 13 PERSONE, UOMINI E DONNE CIVILI, UCCISE IL 14 LUGLIO 1944 DAI PARTIGIANI, PER RAPPRESAGLIA, ALLA MADONNA DEI MONTI DI ARCEVIA.
 

 QUESTO DELLA MADONNA DEI MONTI E QUELLO DEL SANT’ANGELO SONO  CRUDELI ATTI DI BARBARIE CHE AVENDO SOLO VINTI VANNO RELEGATI IN UN ANGOLO DELLA MEMORIA  COME MONITO PER IL FUTURO, CONTRO ALTRE GUERRE FRATRICIDE, CONTRO OGNI GUERRA.

 
L'on. Boldrini in visita ad Arcevia
 


 

panorama dal monte S. Angelo
 


 

NOTIZIE SU MONTE  S. ANGELO  E SULLA CHIESA , DI RECENTE RESTAURATA, UNICO RESTO DELL'ANTICA ABBAZIA 

 

Il monte S. Angelo si eleva a 710 m. sul livello del mare fronteggiando Arcevia a Sud Est. 

Il più antico documento noto che lo menzioni è un atto di donazione del 1024 fatto da un certo Ottaviano di Giuseppe di legge longobarda, all’abbazia di Farfa. La donazione riguardava alcune terre poste nel ducato di Spoleto in territorio nocerino ed avevano per confine tra l’altro il monte chiamato S. Angelo ad Camillianum.

Il monte Camillianus è stato nei secoli scorsi oggetto di particolare interesse per l’ipotesi avanzata da alcuni storici locali circa l’esistenza nei suoi pressi del presunto abitato romano di Nuceria Camelliana diversa dalla Nocera Umbra detta favoniense. Il primo a parlarne fu Ludovico Jacobilli prendendo spunto da un passo di Plinio seniore  sugli abitanti di Nocera che venivano detti “favonienses et cameliani”. Questa tesi dello Jacobilli fu ripresa nel secolo seguente dall’Abbondanzieri che coinvolgendo anche il Lancellotti cercò di accreditare con prove documentarie l’esistenza di Nuceria Camelliana. Le iscrizioni lapidarie proposte dall’Abbondanzieri furono però ritenute già dal Bormann delle falsificazioni. Più recentemente dal Villani l’esistenza di questa Nocera viene giudicata un’ipotesi priva di fondamento.


Il richiamato documento del 1024 attesta dunque l’esistenza sul monte di un luogo di culto fondato prima del Mille e dedicato a S. Michele Arcangelo, protettore delle comunità longobarde. Non sappiamo quando fu fondato il cenobio benedettino, ma già nel 1153 papa Anastasio IV confermava il monastaro di S. Angelo de Monte con chiese e pertinenze all’abbazia di S. Lorenzo in Campo, a cui risultava soggetto .

La chiesa con la croce di monte S. Angelo
 

Il monastero era retto da un priore con 12 monaci e conversi, come viene ancora ricordato  in un documento del 3 giugno 1173.
  Il monastero  divenuto successivamente abbazia, passò ai camaldolesi che lo tennero sino agli inizi del Quattrocento quando, abbandonato dai monaci, fu affidato con la chiesa e tutti i suoi beni ad abati commendatari, l’ultimo dei quali fu l’arceviese  Francesco Tarughi.


Dopo il 1500  presso il monastero, abbandonato da tempo e diruto, si rifugiò qualche eremita e alla chiesa di S. Angelo venne aggiunto il nome Romitella, in vari documenti fino al 1564. Nel Settecento del monastero già non c’era più traccia. 

Durante il dominio napoleonico i beni dell’abbazia furono incamerati ed in parte venduti e la stessa chiesa di S. Angelo abbandonata. Nel 1904 per iniziativa di un comitato di arceviesi tra cui Anselmo Anselmi, mons. Luigi  Bonetti vescovo di Montalto e don Luigi Biaschelli, fu innalzata sulla cima del monte  la grande croce di ferro, tuttora esistente, e si procedette al restauro della chiesa. Nel 2007 la chiesa, ridotta in pessime condizioni, fu nuovamente restaurata. Nel 2011 è stato eretto, nei suoi pressi, un monumento ai caduti della polizia di stato, opera di Bruno d'Arcevia.

monumento ai caduti delle forze di polizia (Bruno d'Arcevia)

 
 
 Tra le antiche costumanze arceviesi ricordate dal Crocioni c’è quella che in occasione della festa dell’Ascensione quando numerosi salgono in cima al monte gli abitanti dei paesi vicini per svago e divertimento, i giovani, specie gli innamorati, vanno ripetendo in tono semischerzoso due distici tradizionali:

 

(i giovani) “Sant’Angelo da le lale longhe, (ali lunghe)

                   no mme ce fa nì più senza la mòje”;

(le giovani) “Sant’Angelo mia romito,

                   no mme ce fa nì più senza marito”.

 

Questi distici richiamano antiche usanze, forse antiche preghiere.

Una leggenda vuole ancora che dal monte entro un enorme masso rotolato a valle, nel luogo chiamato il Sasso del Diavolo, tessa  in eterno, sul suo telaio d’oro, una giovane che il diavolo avrebbe rapita proprio nel giorno dell’Ascensione quando la gente qui faceva festa. E dalla macchia grande di Pascelupo, tra sassi e spine, si può cogliere, durante il giorno, il lavorio del telaio e di notte il lamento della giovane.

 

Sul monte S. Angelo doveva esistere attorno al 1246 un castello di cui si ignora la precisa ubicazione e le sue vicende storiche. In quell’anno un suo castellano è testimone nella causa tra d. Federico di Cavalalbo ed il comune di R.C.. Questo castello è forse identificabile con quel Castel del Monte ricordato dall’Anselmi e dal Villani, sito nei pressi di un sentiero che dal monte Faeto conduce al S. Angelo ed il cui toponimo è riportato nel catasto del 1818. 

 

Estratto da "Arcevia. Nuovo Itinerario nella Storia e nell'Arte" di Paolo Santini (2005)




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


mercoledì 24 aprile 2013

S. Medardo vescovo di Augusta Viromanduorum patrono di Arcevia


 
 
 
Luca Signorelli, Polittico , chiesa di S. Medardo, Arcevia
 
 
 
 
Bruno d'Arcevia, S. Medardo e l'Italia (coll. privata)
 


Medardo nacque a Salenci nel Vermandois (Francia, regione di S. Quentin) attorno al 457 d.C. da Nettardo di stirpe franca e Protagia di discendenza romana e morì attorno al 560. Salenci apparteneva alla diocesi di Augusta Viromanduorum, città fondata dai Romani nel I sec. a. C.

 Medardo fu in Augusta consacrato sacerdote a 24 anni  e nel 530 essendo la sede vacante ne divenne vescovo.

Come asserisce il CROISET G. in Le vite dei Santi, Venezia 1745, II, p. 222: “Tutto il paese d’intorno all’Oisa ed alla Somma essendo stato desolato dagli Unni, dai Vandali, e dagli Ungheri (…) la Città di Vermand trovandosi senza difesa, ed esposta alle frequenti scorrerie dei barbari, diveniva ogni giorno più diserta. Il Santo Prelato fu quindi costretto a trasportare la Sede Vescovile in Noyon, ch’era allora una Fortezza e di poi è divenuta una città famosa col titolo di Contea di Pari”.

Anche  PAGNANI A. nella Vita di S. Medardo, Città di Castello, 1930, p 23, afferma: “(…) S. Remigio (…) nel 530 lo consacrò vescovo e lo insediò nella sede di Augusta.  Attila, il feroce re degli Unni, detto il flagello di Dio, l’aveva distrutta. Ora dalle rovine era risorta, ma più non aveva l’antico splendore, ed era esposta a tutte le offese degl’invasori, come la moderna S. Quintino, edificata nel medesimo luogo. Perciò S. Medardo qualche anno dopo la sua elezione (…) trasportò la sede a Noyon non molto lontana, più importante e più sicura. (…) Nel 532 moriva il suo compagno S. Eleuterio vescovo di Tournay e il clero e il popolo non vollero altro vescovo che S. Medardo. (…) (questi) fu creato vescovo di Tournay senza  lasciare il vescovado di Noyon. Le due diocesi restarono con un solo vescovo in comune per altri 600 anni”.

 S. Medardo non fu però vescovo di Noyon  né tanto meno di Tournay, perché questi avvenimenti ebbero sì luogo, ma all’inizio del sec. VII, sotto l’episcopato di Acario attestato dal  627 al 640. Cfr. Biblioteca Sanctorum, IX, 1967, p. 262. “Medardo morto il vescovo della città Viromandensium (S. Quentin) gli succedette conservando la carica per circa 15 anni. La Vita (del santo) dell’XI sec. pretende che Medardo abbia trasportato la sede vescovile da  S. Quentin a  Noyon e gli attribuisce anche il merito di aver riunito i due vescovati di Noyon e Tournay. (…) L’attribuzione a Medardo è dunque una tesi interessata inventata nel sec. XI per dare un glorioso patrono alle due diocesi riunite”.

S. Medardo fu quindi vescovo di Augusta Viromanduorum e non di  S. Quintino, che sorse più tardi presso le rovine di quella città. La fondazione e l’ingrandimento di S. Quintino, è legata al culto dell’omonimo santo martire.  CROISET G., cit., III, pp. 321 e segg.: “(…) S. Remigio essendo stato fatto vescovo di Noyon e del Vermandese (dal 640 al †659), risolvette di trovare la preziosa Reliquia (di S. Quintino) (…) il Santo Vescovo trovò infine il santo Tesoro e lo chiuse dentro una cassa. Il concorso del Popolo crescendo ogni giorno, il luogo divenne ben presto una  Città che da quel punto prese il nome di S. Quintino, nella quale oggi riposano le sante Reliquie”. La festa del Santo che si celebra l’8 giugno, in Francia è considerata una delle date più note del calendario perché, secondo una credenza popolare, se piove in quel giorno pioverà per 40 giorni consecutivi.

 


La chiesa di S. Medardo è richiamata per la prima volta in un documento del 1208 “ad pedem ulmi S.cti Medardi”.  Come vuole però la tradizione la chiesa fu dedicata a S. Medardo  perché lo stesso Carlo Magno donò, durante l’occupazione  di questa roccaforte da parte dei Franchi, alla comunità arceviese un dito del santo vescovo, morto nel 545, assai venerato da quel popolo. Non si può però escludere che la donazione della reliquia e la conseguente dedicazione della chiesa siano più tarde e legate a persone di legge franco salica, già ben insediate nella zona nel momento della nascita del comune.


                                

 

Questa arceviese è oggi l’unica reliquia rimasta del Santo, essendo stato il suo corpo distrutto in Francia dai Calvinisti durante le guerre di religione che investirono quel paese nella seconda metà del ‘500. Nel 1588 fecero in tempo a fare una ricognizione del corpo del Santo due nobili arceviesi: Flaminio Mannelli e Pietro Rotati, emissari del card. Luigi d’Este. Il corpo era intatto, mancava solo il dito di una mano, quello conservato in Arcevia.

 


S. Medardo è la più importante chiesa di Arcevia sia per grandezza che per le opere d’arte in essa contenute: una  costruzione imponente in cotto, con facciata a due ordini, che raggiunge in altezza m. 36, in lunghezza m. 47 ed in larghezza m. 26,50. La facciata, rimasta incompiuta (come si può vedere dal disegno del Passeri), è scandita da quattro doppie lesene, con al centro un portale frontonato in pietra. Sopra la trabeazione un’iscrizione riporta l’intitolazione a S. Medardo e la data di compimento dell’edificio, 1644.

               
 
 
 

La collegiata di S. Medardo, monumento nazionale,  ha tra i suoi gioielli opere di Luca Signorelli, uno dei massimi artisti italiani del Rinascimento, di Andrea, Giovanni e fra Mattia della Robbia, famosissimi plasticatori fiorentini, ed inoltre di Corrado teutonico, di Leonardo Scaglia, di Cesarino Rossetti, di Simone Cantarini, di Claudio Ridolfi il Veronese, di Giambattista Salvi il Sassoferrato, di Piergentile da Matelica e Venanzo da Camerino…Opere di alcuni di questi artisti sono conservate anche in altre chiese insieme a quelle degli arceviesi  Francesco di Gentile,  Ramazzani Ercole e Giampaolo, Lelio Leoncini,  Cesare Conti,

venerdì 19 aprile 2013

L'abbazia di Valvisciolo





A pochi chilometri da Ninfa si può visitare l’abbazia di Valvisciolo, in stile  romanico cistercense, è una delle più belle e meglio conservate della regione laziale. Fondata, secondo la tradizione, nel XII sec. da monaci greci, passò nel XIII sec. all’ordine dei Templari e  nel XIV sec. ai Cistercensi. Nella seconda metà del XIX sec. divenne priorato conventuale dipendente dalla congregazione di Casamari.



La presenza templare si può notare nella presenza di alcune croci caratteristiche dell’ordine (nel primo gradone del pavimento della chiesa, nel soffitto del chiostro e quella  scolpita a sinistra dell'occhio centrale del rosone) ed il famoso palindromo, scoperto recentemente nel lato occidentale del chiostro dopo l’abbattimento di un muro, graffito sull'intonaco: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS. Le lettere  sono scritte in cinque anelli circolari concentrici, ognuno  diviso in cinque settori, in modo da far apparire l’immagine di un  bersaglio.



L'interno della chiesa è a tre navate, con pareti spoglie ma assai suggestivo. Nella cappella di San Lorenzo posta sul fondo della navata sinistra interessanti affreschi con storie del Santo, eseguiti negli anni 1586-89 dal pittore Niccolò Circignani detto il Pomarancio su commissione del cardinale Enrico Caetani e di Onorato IV.  Fra le  grottesche della volta, si può scorgere l’autoritratto del Pomarancio. Da vedere il bel chiostro con colonnine binate, il rosone della facciata e la foresteria dove si possono acquistare i prodotti tipici di questi monaci.